DIALOGANDO CON IL MIO AMICO GAY.

“Ma tu ci credi nella fedeltà tra due omosessuali?”
“Non lo so… Dimmelo tu.”, rispondo io facendo finta di niente.
“Io? Ci spero, ma non ci credo.”

Se Marco, mi risponde così, allora è proprio vero. Marco è un uomo di quarant’anni, gay, attivista, è stato cattolico, ora è profondamente anticlericale e orgoglioso della sua identità. Ha fatto coming out con i genitori, esce assiduamente con un gruppo di amici e frequenta locali gay, ma non sopporta le ghettizzazioni. Io e Marco siamo stati a letto insieme più di cinque anni fa, prima che io cambiassi città. Siamo rimasti amici.

“Se ti sentissero i militanti LGBT…” dico io,
“Ma quanti sono quelli? Chi rappresentano?” mi risponde lui. “Ai gay non interessano queste cose. Non si occupano di battaglie per il matrimonio e le adozioni. I gay qualunque pensano a come vestirsi e a dove andare a ballare il prossimo week-end.”

Mi viene in mente una frase di Bostonia, personaggio di un film culto, “Stonewall” di Nigel Finch, regista omosessuale morto di AIDS: “Io non ho più seguito la politica perché non avrei sopportato altri dolori. Kennedy, Malcolm X, Luther King… E che cos’ho fatto? Mi sono rifugiata nella sicurezza della superficialità.”

Per carità forse Marco è diventato un po’ troppo cinico. Quando ci siamo conosciuti era appena uscito da una lunga storia d’amore che gli era costata sangue e denaro. Quando mi sono trasferito è stato insieme ad un altro ragazzo, ma anche quella storia è finita male. La sua vita non è stata facile. Si è fatto in quattro per avere una vita dignitosa, lavorando giorno e notte. A sentirlo parlare non sembrerebbe omosessuale, se non fosse per quel maglioncino scollato, e la pettinatura un po’ troppo originale per la sua età.

“Vorrei che in Italia, non ci fosse rispetto solo per i gay potenti, per Dolce & Gabbana, ma anche per l’ultimo poveraccio gay che lavora come operaio.” e poi prosegue: “Abbiamo combattuto anni, per avere una nostra identità, unica, diversa da quella degli eterosessuali, per essere riconosciuti e accettati per quello che siamo; ed ora vogliamo essere uguali a loro? Vogliamo il matrimonio? L’istituzione degli eterosessuali e dei cattolici per eccellenza? No! Io so chi sono, so quello che voglio e quello che non posso avere. Mi basterebbe che la convivenza con il mio compagno venisse tutelata.”

Avrei potuto ribattere: “Quale convivenza? Con quale compagno? E per quanto tempo se non c’è fedeltà tra due omosessuali?”, ma voglio ascoltare e rimango in silenzio, anche perché tutto sommato, sono d’accordo con lui.

“I figli? Non siamo pronti. Primo perché non è pronta la società. I con genitori dello stesso sesso verrebbero discriminati”; io nei panni inconsueti di avvocato del diavolo gli rispondo: “Bene, ma seguendo il tuo ragionamento, se non si comincia a vedere che queste realtà esistono, la società non sarà mai pronta.”, “Vero, ma non possiamo sperimentarlo sulla pelle dei bambini. Non è giusto che soffrano per delle battaglie che non sono le loro. Poi quando vedo come gli omosessuali si presentano, quando vedo le parate del Gay Pride, quando frequento i locali gay. No! Non siamo pronti per educare dei figli.”

“Già!” ribatto io, “I bambini per crescere hanno bisogno di una mamma e di un papà!”, la frase mi è uscita in automatico; cerco di spiegarmi goffamente: “… per formarsi un’identità propria, identificandosi con il maschile o con il femminile.”. Marco non è convinto di quel che dico. Lui sostiene che l’idea del maschile e del femminile ci venga inculcata dalla società: “Quando ero piccolo, volevo che i miei genitori mi regalassero una cucina giocattolo, ma mio padre non volle perché sosteneva fosse da femmine. Non significava questo per me. Non volevo la cucina perché era da femmine, ma perché il mio sogno era diventare un cuoco. Cucinare è ancora oggi la mia passione!”.

“Anch’io volevo i giochi di mia sorella” aggiungo, “anche se amavo giocare anche con le automobiline, ma forse solo perché ero geloso di mia sorella, non perché mi sentivo una femmina.”.

Così penso che forse non sono stato io a decidere di essere omosessuale. Fino a sedici anni infatti nonostante le accuse dei bulli del quartiere, mi innamoravo delle ragazzine della mia età e fantasticavo sulle gambe ed il seno delle donne come tutti i miei coetanei. Dopo anni di vessazioni ecco che getto la spugna, e do al desiderio di affetto da parte di un uomo, il nome che violentemente mi è stato imposto.

Educare al maschile e al femminile, a partire dai cromosomi, ancor prima che dal sesso, e scoprire cosa si nasconde dietro ai desideri, anche quelli apparentemente meno virili, dei bambini diversi, senza sminuire la loro appartenenza al genere maschile. Dietro quei desideri forse si nasconde una ricchezza insospettabile, che è troppo stupido etichettare sbrigativamente come omosessualità.

Il discorso prosegue e approda all’intransigenza dei cattolici, cita le . Decisamente non le approva. Allora dico: “Sai, io ho partecipato ancora alle loro manifestazioni”, fa un sospiro: “Ma non ti sembra di tradire la tua identità?”, “No, non mi sembra. Guarda Marco, che loro la pensano esattamente come te e me. Poi, ho un amico carissimo che è una Sentinella, a lui racconto tutto di me e lui a me racconta tutto di sé. Ci vogliamo bene così come siamo. Anche a me gli intransigenti stanno antipatici che siano gay, cattolici o entrambe le cose.”. Su questo punto ritroviamo l’accordo.

Finita la birra, Marco mi riporta a casa.

Ora mi rivolgo a te che stai leggendo: puoi non credermi perché non vedi il mio volto, perché Marco potrebbe essere un personaggio di mia invenzione. Allora fingiamo che sia come dici tu. Facciamo che io e Marco siamo due personaggi inventati, ma se quello che ho scritto ti fa riflettere, prendilo almeno in considerazione e non smettere, se vuoi, di cercare insieme a me e l’amore.

Fonte: La Croce – Quotidiano

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